giovedì 3 giugno 2010

Cosa voglio di più

Me lo chiedo spesso cosa vorrei di più e devo ammettere che Pierfrancesco Favino nelle vesti del cameriere calabrese potrebbe essere una buona risposta.
Non è solo un’annotazione frivola al film di ieri (Cosa voglio di più, Silvio Soldini, 2010), ma l’amara (o forse non tanto) considerazione che il meglio c’è e che noi pensiamo sia quasi sempre ciò che non ci appartiene, non ancora o non del tutto, proprio per il fatto di non essere nostro.
Soldini è bravo a non esprimere giudizi e a mostrare le impossibilità del quotidiano: la precarietà economica, gli affetti sviscerati ma non annullabili, le scelte fatte che diventano abitudini. Chi è più forte non ci casca; il cambiamento non è possibile.

martedì 18 maggio 2010

Vip in Turin

Al Salone del Libro di Torino anche quest'anno, oltre a essermi fatta due polpacci così, è stato un pullulare di personaggi prestigiosi che, solo qui, riesco a incontrare.
Nell'ordine: ho incrociato all'ingresso David Riondino, ho mangiato una piadina insieme a Gianrico Carofiglio, ho quasi chiesto un autografo a Ornella di Un posto al sole, ho salutato Umberto Eco e riconosciuto Gioele Dix.
A parte i bambini del Bookstock Village, è stato tutto fantastico.

martedì 16 marzo 2010

Liana

Della fede, oltre al senso della ritualità, mi piace la possibilità che ti concede di generare pensieri semplici e infantili. Come per la morte.
È consolatorio credere che le due sorelle si siano rincontrate e, in questo momento, stiano prendendo un caffè in un tinello ultraterreno, come nella pubblicità della Lavazza.
Consolatorio e rassicurante, tanto da crederci davvero.

lunedì 8 febbraio 2010

Flextime

Quando mi viene chiesto se e quanto io sia flessibile, il mio pensiero va spontaneo a quando avevo circa 5 anni, riuscivo ad allungare le gambe fin dietro il collo e facevo la verticale sul quadro svedese. Oggi, schiava del Voltadol e del cuscino ortopedico, sento di poter affermare la mia scarsa flessibilità.
Non sono malleabile, perché soffro di cervicale e perché mi hanno insegnato che elasticità non vuol dire a tutti i costi sottostare alle volontà degli altri, a capo chino. Anche quando a rischio c'è un posto di lavoro.
Felice di essere indocile, felice per il poliuretano espanso.

martedì 12 gennaio 2010

Pedoni

So bene che il mio post d'esordio di questo nuovo decennio di questo nuovo millennio dovrebbe essere frizzante e interessante, ma la fase analitica che sto attraversando non mi consente grandi exploit scrittorii.
Riguardo all'inizio di discussione di ieri sera, tra la pizza con le patate e il vino, non so perché non mi sia battuta fino in fondo per la sacrosanta convinzione che mi porto dentro: i pedoni mi stanno sulle scatole. Quando sono in auto, poi, non li sopporto proprio.
Omini irrispettosi che si avventano sulle automobili, che passano con il rosso abbozzando stupide corsette per raggiungere il marciapiede di fronte, incuranti della segnaletica e del fatto che è più facile fermarsi a piedi che inchiodare in auto e...
E vabè, questo è quanto.
Il discorso dell'adattemento sociale dell'uomo all'auto è un'altra cosa.

giovedì 26 novembre 2009

V

Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, segue Valentino per 250 ore nel suo ultimo anno di attività, lo riprende in una specie di "dietro le quinte" che in realtà è sempre, e comunque, già palcoscenico e ne viene fuori un film che mi piacerebbe definire "mitico", non fosse che ormai questa parola richiama più gli anni '80 che l'antica Roma.
Un film-documentario bellissimo su quell'uomo celebrato in tutto il mondo per un'arte affascinante che mescola insieme ingegno cretivo, estetica pura ed esperienza concreta, tattile e visiva.
La storia di una corte di lavoratori che ha deciso di dedicare la propria vita a lui, volubile, capriccioso, inconsapevolmente ironico e anche molto divertente ("A Valentino non piacciono i corrimano", in fondo).
Dietro i meccanismi cinici e moderni di chi fa girare i soldi (Matteo Marzotto ne esce schiacciato e un po' ridicolizzato, per fortuna), c'è Valentino, a un tavolo a fare gli schizzi di opere d'arte su un foglio (le opere che, come si dice nel film, non sono la vera fonte di introito per l'Azienda), con le sue sarte, che ormai lo capiscono con poche parole, con Giammetti, vassallo devoto e indispensabile.
Un vero sfolgorante Hadrien.

martedì 24 novembre 2009

Guy and Madeline on a Park Bench

L'unico film che riesco a vedere del TFF è Guy and Madeline on a Park Bench, di Damien Chazelle, anni 25, opera prima.
Guy è un trombettista jazz e Madeline sta cercando lavoro.
Io, nel mentre, mi contorco sulla poltroncina del cinema nel tentativo di leggere i sottotitoli, posizionati molto in basso rispetto a dove vengono messi di solito.
Per fortuna nel film i dialoghi non sono così fitti. Più che altro ci sono Guy che suona la tromba e Madeline che cerca lavoro.
Così, succede che mi appisolo sulla stessa poltroncina, proprio quando Guy è impegnato in una jazz session e Madeline si sta tagliando i capelli.
Intuisco che c'entrano Cassavetes, la levità del bianco e nero, le improvvisazioni musicali e la vitalità delle scene. Colgo il romanticismo dei personaggi.
Ma ho sonno, e il sonno ha la meglio su tutto.

giovedì 22 ottobre 2009

Una storia d'amore e libertà (ma non è Loach)

Sogno che al cinema Nuovo, a due passi da casa mia, danno l'ultimo film di Ken Loach. Il connubio è perfetto: devo camminare poco e Loach è uno dei miei registi preferiti.
Il giorno dopo propongo ad A., G. e I. di andare a vedere un film che non esiste in una sala che non è in funzione da chissà quanto.
Una volta scoperto l'inganno onirico, rimediamo con Ozon e il suo Ricky.
Il sottotitolo, in fondo, è molto loachano, e non solo quello. Si tratta di un film scomposto, a strati.
Si parte davvero con uno scenario, francesizzato, alla My Name Is Joe: il freddo, la fabbrica (di prodotti chimici tossici), la deriva emotiva, il quotidiano faticoso, la speranza alla porta (Paco, il nuovo amore?).
Poi arriva Ricky e i toni cambiano. Con le sue alette di pollo implumi, non sembra un angelo, ma una creatura bizzarra che un po' fa ridere, un po' fa senso.
E' una falena che non ha spazio per volare, un futuro essere infelice, con poca possibilità di sopravvivenza.
Allora non si ride più. Anzi, il finale è struggente, perché la libertà viene conquistata non certo senza scontare un prezzo alto.
Bello e triste, come una favola cinica e diretta.
Qualche nota sparsa:
- non amo i bambini che recitano (retaggio dei film di Shirley Temple), ma Mélusine Mayance (Lisa) è una meravigliosa bambina che recita;
- il film è tratto dal racconto di Rose Tremain, Moth ("falena");
- alla fine ho pianto, anche perché in sottofondo c'è la voce di Cat Power con The Greatest. E ho detto tutto.

sabato 3 ottobre 2009

Whatever Works

Alla fine del film (ma anche un altro paio di volte durante), Boris Yellnikoff ci dice che è l’amore che deve bastare a funzionare, ma si capisce che intende tutt’altro, visto che Melody gira con confezioni di Viagra in borsa e che, ingenuamente, offre anche a chi è palese che non ne abbia bisogno (ma non si sa mai).
Devo dire che mi ero abituata piacevolmente alla parentesi noir di Allen, al suo espatrio europeo, all’assenza di comici e fastidiosissimi alter ego e di tutte le sue ipocondrie, manie e ossessioni linguistiche e lessicali.
Questa rentrée mi lascia un po’ così. Anche se ammetto di aver riso per tutto il film.

lunedì 31 agosto 2009

Dei ritorni e di altre idiozie

Sì, perché tornare è una gran fregatura celata da ansia di recupero, sforzo di memoria e fine di un'attesa.
Mi riprendo il lavoro, te, la casa, la scrittura della sera, il lavoro, il lavoro, il lavoro.
Niente di che, sono solo ritornata dalle vacanze e sono molto nervosa.

martedì 7 luglio 2009

Vita da ufficio

Uscendo dall'ufficio, oggi, mi sono sentita un po' come Patrick Bateman: una gran voglia di correre a casa, sciacquarmi i denti con il Listerine e poi progettare qualcosa di cruento e spietato per rifarmi degli orrori della giornata.
Alla fine ho solo fatto una doccia.
Bisogna avere la stoffa per diventare dei freddi serial-killer come Bateman e magari uno scenario anni Ottanta senza ombra di crisi economiche.
Le motivazioni, invece, contano poco.

lunedì 29 giugno 2009

Cordialità

Mi impressiona sempre un po' quello strano legame di solidarietà che si instaura tra perfetti sconosciuti nel momento del bisogno.
E' un martedì qualsiasi, se non fosse che sono bloccata all'aeroporto di Fiumicino per un guasto tecnico su Caselle (in realtà è venuto via un pezzo d'asfalto della pista d'atterraggio) e il personale del mio volo low (low) cost non rilascia dichiarazioni sul da farsi.
Seguo la faccia che mi pare più pratica di queste situazioni e mi ritrovo a condividere una strana serata alla stazione Termini, in attesa dell'ultimo treno della giornata.
In pochi minuti una comunanza di sventura diventa un buon motivo per raccontarsi vicendevolmente stralci di vita, sapendo perfettamente che all'arrivo si tornerà ad essere buoni estranei come prima.

domenica 31 maggio 2009

Funzioni vitali

Secondo la nuova pubblicità dell'iPhone esisterebbe una funzione "praticamente per tutto": da quella che ti fa trovare un taxi mentre cammini per le strade di Bombay, al rilevatore del tasso di umidità della tua stanza da bagno, fino al traduttore simultaneo, con tanto di riconoscimento vocale, dal gambese all'italiano.
Posto il fatto che ci siano pure persone così impegnate da doversi destreggiare tra idiomi improbabili e mensole da mettere in bolla (il tutto utilizzando un unico strumento e poco ingegno privato), trovo che questo genere di strategia da supermercato sia veramente sfacciata.
E' la capacità di rendere, agli occhi e alle menti di tanti acquirenti, indispensabile ciò che indispensabile non è, che mi inquieta, anche perché tale filosofia commerciale si sta espandendo a settori dove il profitto non dovrebbe costituire il primo dogma (vedi la Salute).
Se davvero la necessarietà dell'inutile deve diventare la regola, chiedo al signor Apple di impegnarsi a creare funzioni un poco più raffinate, come il generatore di banconote, per quando ti trovi a corto di contante nella tua città, o il prete virtuale, dal quale ti puoi confessare quando hai commesso un peccato, anche piccolo, e ripartire con la coscienza a posto.

martedì 5 maggio 2009

Liberté, Égalité, Ponctualité

L'esser puntuali è solo una prerogativa o è a tutti gli effetti una dote?
E i ritardatari sono manchevoli o semplicemente diversi da chi spacca il minuto?
Il dilemma si impone nei soliti minuti che separano me (donna puntuale) da tutte le altre persone (ritardatarie) con cui di solito ho appuntamento. Fuori dai locali, sotto casa, in auto con il motore acceso, in primavera, estate, autunno e inverno, con la pioggia o con il sole.
La qualità è tale solo se socialmente confermata e condivisa, altrimenti rischia di trasformarsi nel suo contrario o, quantomeno, in un limite per chi la possiede (sono io che aspetto, poi).
Non è colpa delle persone (forse), ma di un tacito consenso partecipato che ha finito per aver la meglio su una buona maniera.
Ma io, reietta in orario, continuerò a battermi strenuamente per la causa.

mercoledì 22 aprile 2009

Compleanno 33

Con i 33 di oggi sono entrata ufficialmente nella fase in cui potrei fare un sacco di cose: la testimonial di un nuovo contorno occhi alla caffeina e guaranà, il leader di un innovativo partito politico, l'amante di un giovane ventitreenne.
Ed è solo l'inizio.

domenica 29 marzo 2009

Chiedimelo ora

A proposito di concerti, ieri sera, nella splendida cornice della movida alto-monferrina (just ironic), decido di andare ad ascoltare due nobili musicisti, Antonio Marangolo al sax e Umberto Petrin al piano, per l’ultimo degli appuntamenti di OvadaJazz09. L’arte del duo.
Il concerto dura un’ora circa ed è assemblato totalmente sull’arte della creazione estemporanea: i due non hanno mai suonato insieme e neppure hanno fatto le prove prima. La musica incombe, invade la sala (siamo nella da poco ristrutturata Loggia di S. Sebastiano) e, come dice Marangolo prima del bis finale – Ask me now di Thelonious Monk –, la fatica dell’improvvisazione si percepisce piacevolmente con occhi e orecchie.
Tutto molto bello, non fosse che…
Non fosse che tutto ciò che non amo di Ovada rigurgita da ogni cavità: il pubblico mesto, ritardatario e attempato, il silenzio del dopo, le strade vuote (poi ieri pioveva, pure), l’evento trasformato in spettacolo di paese, l’anonimia culturale.
Dopo venticinque anni non ho ancora capito se sono le persone a modellare i luoghi che abitano, o se è la geografia di questo spazio, inesorabilmente incuneato, a foggiare la gente che ci vive.
Un plauso dovuto va all’associazione “Due sotto l’ombrello”, che chi si dà da fare e ci crede ancora un po’.

martedì 24 marzo 2009

Little fucker

Non posso non scrivere almeno una breve annotazione sullo spettacolo cui ho assistito venerdì scorso.
Sono allo Spazio 211 con tre amici spaiati, gli unici che per motivi differenti decidono di venire con me stasera a sentire Vic Chesnutt, accompagnato dagli Elf Power.
Siamo in pochi: la mia ansia di anticipare il tempo ci fa arrivare lì molto presto, ma va bene così.
Mentre bevo una birra c'è già lui nel locale.
E' un uomo piccolo, accartocciato, sembra sprovvisto di alcun tipo di difesa su quella carrozzina, e quando gli Elf Power iniziano a suonare, nella prima parte del concerto, lui è accanto a me, di lato. Ascolto e mi volto a guardarlo ripetutamente.
Quando arriva il suo momento di salire sul palco mi accorgo di quanto la potenza della sua voce e della sua musica sia commovente e tenera.
Per magia lui diventa quel piccione della copertina di North Star Deserter: un volo basso, breve, ma pur sempre staccato da terra.

domenica 22 marzo 2009

Acqui Terme-Ovada

Voler stare dove non si è, fare quello che non si fa e aspettare chi non c'è.
Ieri, intorno all'una di notte, scollino allegramente da Acqui Terme a Ovada. Fa un freddo improbabile, che già avevo accantonato con il cambio primaverile di armadio, ma sulla Ka mobile c'è tutto quello che mi serve per desiderare che quel tragitto duri più del dovuto: riscaldamento e "Stereonotte" su Rai Radio 1.
Si parte da due pezzi dal vivo di Rino Gaetano che canto senza vergogna, poi la presentazione del cd live del tour di Cohen 2008: via con la commozione per una struggente "Suzanne" (sono già a Cremolino).
Dovrebbe seguire "So long Marianne", come da annuncio, ma parte invece "Hallelujah" che mi riporta a quest'estate, quando sui cori si accendevano le luci del palco.
A Molare si passa a un'interessante conversazione su John Lennon post Beatles e a come la canzone "Julia", dedicata alla madre, sia anche un omaggio alla sua compagna: in una strofa, infatti, Lennon pronuncia le parole "ocean child", traduzione appunto del nome "Yoko Ono".
Il viaggio finisce davanti alla casa di Hilde, ma posso ritenermi soddisfatta.

martedì 17 marzo 2009

Bonjour tristesse

Qualche settimana fa mi è capitato di leggere un articolo di Vittorino Andreoli sul Corriere della Sera (riportato qui da un altro blogger). Con questo, in tutto fanno due articoli di Vittorino Andreoli letti nella mia vita.
Il primo riguardava la funzione terapeutica delle parolacce nel parlato: ricordo la disquisizione attenta sull’uso delle arrotate, delle doppie, delle consonanti dure, di quanto tutto ciò possa risultare quasi medicamentoso nel contesto di un certo tipo di comunicazione.
Le parole sono importanti, e che cavolo.
Le parole sono importanti, ecchecazzo. Molto meglio.

Il secondo articolo parlava ancora di parole: secondo VA ci sono termini che vengono letteralmente “uccisi” dal momento in cui sono stati deposti a vantaggio di altri. Niente di nuovo, per carità; il vocabolario si evolve e le parole smettono di essere usate. Il problema sorge quando la parola scomparsa trascina con sé anche la morte del significato che contiene.
Non si adotta più il vocabolo “tristezza”: le persone avvinte da una sintomatologia prossima allo sconforto e alla malinconia vengono etichettate come depresse. "Depressione" è un termine contenitore che raccoglie ormai tutti i malesseri del mondo. E se la tristezza ha smesso di essere, anche gli uomini tristi non ci sono più.
Che grande perdita, però. Vittorino ha proprio ragione.


venerdì 13 marzo 2009

Mia sorella è una foca monaca

Leggo Mia sorella è una foca monaca di Christian Frascella, per Fazi, e rimango colpita da questo esordio narrativo.
La lettura è quella pomeridiana da divano Chateau d’Ax, con tanto di lascito delle ultime trenta pagine per la sera.
Penso: il mondo non ha bisogno di eroi, per sua grazia, e nemmeno dei cellulari. E questo l’autore lo mette bene in chiaro.
All’inizio della lettura, infatti, non capivo la smilza contestualizzazione temporale al 1989: un breve accenno alla caduta del Muro e poi basta. Se il protagonista parla come mio cugino che ha 16 anni nel 2009, perché ambientare la narrazione vent’anni prima? In fondo, il reparto gastronomia al supermercato c’è ancora oggi, così come chi si mette la foto di Mussolini sul desktop del computer.
Forse la ragione è che i cellulari non esistevano ancora?
Se lui, la Foca, il Capo, Chiara e tutti gli altri avessero avuto un telefonino in tasca o in borsa, il romanzo sarebbe stato senza dubbio più scialbo. Questo è un dato di fatto.
Per un diciassettenne con la testa di un diciassettenne e presunti poteri di fascinazione sul mondo, il vero eroismo è cercare il numero di telefono di Chiara, chiamare in piena notte e sperare che non siano i genitori a rispondere. Con un sms sarebbe stato tutto più facile, ma anche meno divertente, pungente e amaro.
Così ho trovato questo libro: divertente pungente amaro.
Poi ci sarebbe tanto altro da dire (sistema dei personaggi, dialoghi e stile), ma i miei post son brevi per partito preso. Complimenti all’autore, in ogni caso.